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Approfondimento
Il primo monachesimo e il libro
La trascrizione dei testi
Il legame tra la vita eremitica e il libro è molto antico: si può dire che tale rapporto condivida le radici con le prime esperienze cenobitiche. Se gli anacoreti, rinunciando al mondo, facevano solitamente a meno anche dei libri, i monaci che scelgono di vivere in comunità la propria pratica ascetica trovano nel libro un elemento caratterizzante.
Bisogna considerare che per le comunità monastiche dall’inizio del IV alla fine del VI secolo il libro è principalmente un mezzo di sostentamento al pari dell’artigianato o del lavoro nei campi. L’attività di copiatura dei libri è inizialmente un’attività come un’altra, finalizzata al sostentamento del monastero, e sappiamo che in alcuni casi non ci si pone il problema della trascrizione di letteratura profana.
Paradossalmente, infatti, per primi monaci cenobiti lo studio dei libri è considerato un elemento negativo, in quanto fonte di distrazione rispetto alla cura del prossimo. Alcune regole comunitarie sanciscono persino la proibizione del possesso di libri da parte dei membri della comunità. Per questi monaci, la trasmissione del sapere è demandata esclusivamente all’oralità.
Sappiamo che almeno fino ai tempi di Cassiano (360/435) non si fa riferimento ad un luogo deputato alla trascrizione dei libri all’interno del monastero. Nelle sue Institutiones leggiamo che i monaci copiano i libri chiusi nelle loro celle. Probabilmente è questa la condizione sottesa anche alla Regola di san Benedetto da Norcia.
Tu sai… lo scriba ha bisogno di rendere umile il cuore, perché il suo lavoro reca con sé l’orgoglio.
Apoftegmi dei Padri del deserto
La conservazione dei libri
Nei suoi Praecepta, Pacomio ci dice che i libri in dotazione alla comunità monastica vengono conservati in piccoli armadi a muro. La successiva Regula Magistri designa invece uno stipo come contenitore di “codici, membrane e carte”. La funzione di conservazione dei testi è ancora in una fase embrionale, e così il ruolo del monaco deputato alla cura dei libri.
Di sicuro, le fondi descrivono i primi monasteri come poco forniti di testi. La dotazione in genere era quella strettamente necessaria alla lectio, ovvero alla meditazione della Parola. Per questo nei cenobi del tempo avremmo con ogni probabilità trovato la Bibbia, i libri liturgici e di edificazione e – naturalmente – le Regole.
L’assenza di un luogo deputato alla conservazione dei testi e di un monaco deputato alla loro cura, fanno sì che si sviluppi un tipo di codice-biblioteca piuttosto diffuso. È una sorta di raccolta, un insieme di testi disomogenei aggregati in un formato di rozza manifattura ma pratico e “multifunzionale”.
Io confesso che, fra tutti i lavori fisici da voi svolti, preferisco, non senza una giusta ragione, quello dei copisti, quando ovviamente scrivono senza errori, poiché essi, leggendo le divine Scritture, istruiscono in maniera salutare la loro mente e scrivendo seminano in lungo e in largo gli insegnamenti del Signore.
Cassiodoro
Cassiodoro e Vivario
Flavio Magno Aurelio Cassiodoro è tra i primi a dettare una nuova concezione nei confronti dei testi scritti e della loro conservazione. Contemporaneo di san Benedetto da Norcia, al termine di una brillante carriera politica, fonda un cenobio in Calabria, nei pressi di Squillace: il monastero di Vivario. Diversamente da altre realtà del tempo, Vivario trova una vera e propria ragion d’essere nella cura, conservazione, copiatura e trasmissione dei libri.
Dalle Institutiones di Cassiodoro stesso sappiamo che il suo monastero disponeva già di uno scriptorium – anche se non ancora strutturato nella forma che si diffonderà nei secoli successivi -, di un adeguato sistema di conservazione dei libri, e di rigorose norme dedicate alla catalogazione, alla correzione dei refusi di copiatura e persino alla grafica.
Sebbene non si possa considerare con certezza Vivario come il primo monastero dotato di uno scriptorium, l’episodio calabrese – seppur breve – resta una delle testimonianze più documentate di una trasformazione della sensibilità monastica nei confronti del libro. La copiatura cessa di essere mera fonte di sussistenza per diventare anche oggetto di studio e conservazione.
La svolta del VII secolo
Le discese longobarde scuotono la seconda metà del VI secolo, cancellando buona parte degli insediamenti monastici italiani. Nel riorganizzarsi, il monachesimo assume tratti nuovi rispetto ai secoli passati. L’impronta orientale dei primi monasteri si basava su una radicale fuga mundi, che rigettava la cultura del proprio tempo e quindi, come abbiamo visto, relegava il libro ad una pratica artigianale di sostentamento. La nuova idea monastica, di cui i cenobi benedettini sono i formidabili vettori, porta con se una nuovo atteggiamento mentale verso la cultura scritta, con la conseguente costante necessità di produrre e custodire codici, libri e documenti.
È dunque a partire dal VII secolo che nei monasteri si consolida e si diffonde la presenza dello scriptorium e della biblioteca.
