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Approfondimento

I primi libri stampati in Italia

L’Abbazia di Subiaco nel 1464

Durante tutto il XV secolo, la comunità monastica di Subiaco acquista una forte connotazione internazionale e, per tutto il secolo, il numero di coloro che provengono da paesi di lingua tedesca è spesso prevalente. Il registro capitolare del 18 maggio 1464 elenca i nomi e i luoghi di provenienza dei 18 monaci che costituivano la comunità, permettendoci di scoprire che ben 14 di loro parlavano tedesco, mentre gli altri erano equamente divisi tra “italiani” e francesi.

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I tipografi

Conrad Sweynheym e Arnold Pannartz sono unanimemente riconosciuti come coloro che portarono nella nostra Penisola l’invenzione della stampa a caratteri mobili. Di loro, tuttavia, abbiamo pochissime informazioni, e tutte successive alla loro discesa in Italia.

La loro provenienza è piuttosto dubbia: con ogni probabilità il primo proveniva da Magonza, mentre il secondo si ritiene originario di Praga. Essendo entrambi definiti chierici in diverse lettere e documenti, sappiamo che erano legati alla diocesi magontina, per quanto riguarda Sweynheym, e a quella di Colonia per Pannartz.

Non abbiamo neppure certezze relative al motivo che li spinge a Subiaco nel 1464, sebbene la facilità di comunicazione e socializzazione con una comunità germanofona possa costituire un significativo indizio. Con buona probabilità possiamo però ipotizzare che abbiano lasciato Magonza, dove avevano presumibilmente appreso l’arte tipografica dallo stesso Gutenberg o dai suoi soci Fust e Schöffer, in seguito all’inizio della guerra civile scoppiata per il soglio diocesano.

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I primi libri

Sappiamo che Sweynheym e Pannartz impiantano in Abbazia il primo torchio tipografico italiano e che nei pochi anni trascorsi a Subiaco danno vita ad almeno tre opere editoriali tutt’ora esistenti: il De oratore di Cicerone, il De divinis institutionibus di Lattanzio e il De civitate Dei di Sant’Agostino. La BiSS custodisce tutt’ora una copia del Lattanzio e una copia del De civitate Dei stampati a Subiaco, mentre il De oratore è custodito presso la Biblioteca Angelica di Roma.

Esiste anche un quarto testo che si può supporre stampato a Subiaco, ma di cui non è sopravvissuta alcuna copia né alcuna prova certa della sua produzione in questa sede. Si tratta del Donatus pro puerulis, la grammatica latina di Elio Donato, opera citata nella lettera/inventario redatta nel 1478 dal cardinal Bussi e indirizzata a papa Paolo II.

Il carattere sublacense

Come gli amanuensi, anche i tipografi avevano necessità di adottare una scrittura contraddistinta da un design ben definito, e a tal fine crearono un carattere che ancora oggi permette di identificare con chiarezza le opere stampate a Subiaco.

Il carattere utilizzato è del tutto originale, caratterizzato dall’unione di maiuscole romane, probabilmente ricavate dal patrimonio epigrafico locale, a minuscole semigotiche, ispirate dal codice delle Omelie di Origene (XIII sec.) custodito nella Biblioteca.

A più riprese celebrato per la sua bellezza, il carattere sublacense è stato ripreso ai primi del XX secolo dalla tipografia di Oxford, che lo ha utilizzato per la stampa di opere di Dante e della Vita di Santa Chiara.