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Approfondimento
Lo scriptorium monastico
Le origini storiche
A differenza di quanto si possa immaginare, lo scriptorium non è sempre stato una prerogativa dei monasteri. Il suo sviluppo avviene a partire dal VIII secolo, quando l’attività scrittoria inizia ad uscire dalle celle dei singoli monaci per diventare un lavoro svolto in ambienti collettivi ampi e ben organizzati.
Negli scriptoria operavano esclusivamente monaci interni al monastero, con rare eccezioni. Tra queste ricordiamo Guittone, un laico legato al monastero di Santa Scolastica che lavora insieme alla comunità monastica almeno in una occasione.
TESTO DA INSERIRE
La forma del codice
Il primo passaggio nella manifattura di un codice consisteva nella preparazione della pergamena. Le pelli di vitello, agnello o capretto venivano trattate con un primo lavaggio di acqua e calce, poi raschiate per togliere i residui di impurità e infine levigate con pietra pomice.
I fogli di pergamena venivano quindi raggruppati in fascicoli (quaternioni), rilegati e rigati tramite una sorta di compasso che permetteva di rendere omogenee le distanze. Contestualmente si segnavano gli spazi per l’ornato e si passava quindi alla scrittura.
Completata la scrittura, i fascicoli, numerati e segnati, venivano rilegati tra piatti di legno rivestiti di cuoio. Per libri di particolare pregio, il legno poteva essere sostituito dall’avorio o da metalli preziosi come oro o argento.
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Scrittura e decorazione
La scrittura di un codice avveniva tramite copiatura o dettatura, in entrambi i casi sotto la guida di un maestro. La scrittura avveniva appoggiando il fascicolo su un supporto inclinato, in modo che il monaco potesse assumere una posizione quasi verticale. Nonostante questo accorgimento, la posizione di lavoro degli amanuensi era tutt’altro che ergonomica, e le lamentele rilevate di tanto in tanto a margine delle pagine lo testimonia. La scrittura in senso stretto prevedeva l’utilizzo di un calamo e una piuma, solitamente d’oca.
Gli ornamenti meno elaborati venivano eseguiti solitamente dalla stessa mano che eseguiva la scrittura, mentre specifici artigiani si occupavano di realizzare apparati decorativi più complessi o veri e propri cicli iconografici. Negli scriptoria più strutturati, come quello di Montecassino, la collaborazione tra amanuensi, disegnatori e decoratori era comunque strettissima.
Le forme della scrittura
Nel Medioevo si è ancora lontani da una convergenza di stili. Fino al IX sec. nella penisola italica sono ancora diffuse l’onciale e la semionciale, che condizionano l’uso prevalente delle varie scritture longobarde.
Tra le espressioni più specifiche del tempo, la minuscola di Nonantola rappresenta un caso emblematico di influenze tra scriptoria. Sviluppata nel monastero emiliano a partire dal IX sec., questa scrittura precarolina è infatti esito di diverse influenze: i codici che l’abate Anselmo aveva condotto in sede da Montecassino e le sperimentazioni grafiche condotte a Pavia, Bobbio e Verona.
Fino al XII secolo, la penisola può essere considerata divisa tra un settentrione dominato dall’uso della minuscola carolina e un meridione in cui è diffusa la scrittura beneventana. Queste differenziazioni troveranno una soluzione sostanzialmente unitaria solo a partire dal tardo XII secolo, quando si imporrà la scrittura gotica.
